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L'incomprensione della società
L'identificazione alla lingua internazionale
Due categorie
Un paradosso: dov'è la sanità mentale?
L'esistere di una resistenza conferma la diagnosi
Tabú
In
cosa si radica il tabú?
Un messaggio autoritario occulto
Un
mostro
I
fatti sono piú ostinati dei discorsi
Si
può affrontare il problema linguistico mondiale
su prospettive molto diverse, per esempio politica,
linguistica, finanziario-economica, etc. Seguirò,
probabilmente per deformazione professionale, la
prospettiva psicologica la cui importanza a mio
parere non è tenuta in giusta considerazione.
Molti
esperantisti spesso si lamentano che il mondo non
capisce la loro prospettiva, che non mostra interesse,
o che la causa non progredisce abbastanza rapidamente.
È facile che si accusino l'uno con l'altro.
Secondo me, questi sentimenti negativi sono assolutamente
inverificabili, se si considera l'aspetto psicologico
della situazione. In altri termini, secondo me,
l'esperanto progredisce del tutto naturalmente,
perfino quando regredisce per un decennio, e anche
la presa di coscienza del problema linguistico mondiale
procede a un ritmo normale - il ritmo della storia.
L'idea
degli esperantisti che la causa non progredisce
abbastanza rapidamente scaturisce da una delle parti
piú importanti della psiche umana, vale a
dire il desiderio. Desideriamo che l'esperanto progredisca
e reagiamo a tale desiderio come bambini piccoli:
non vogliamo vedere l'ampiezza degli ostacoli, che
si ergono come una barriera tra il nostro desiderio
e la sua soddisfazione. Perciò ci sentiamo
frustrati. E quindi, anziché accettare il
dato di fatto con realismo - che ci è mancato
fin dal principio - e cioè che gli ostacoli
sono pronti ad aspettarci, in agguato, cerchiamo
colpevoli all'esterno: saranno nell'altro mondo,
che non ci presta attenzione, o saranno i pasticcioni
nel mondo dell'esperanto, che non agiscono con efficienza
e verso lo scopo. Tutto ciò è infantile.
Con questo non sto esprimendo una critica, sottolineo
solo uno dei normali funzionamenti della psiche
umana: quando compare un desiderio forte, tendiamo
a reagire in maniera infantile. Perdere la pazienza
per il progresso dell'esperanto, cercare colpevoli,
sono reazioni del tutto normali e naturali. Nella
maggioranza dei campi persone del tutto cresciute
reagiscono proprio in questo modo. In effetti tutti
noi siamo maturi solo in alcuni aspetti della vita.
In molte sfere, come la politica, la metafisica,
e le relazioni umane, continuiamo a reagire come
bambini piccoli.
L'incomprensione della società
Ho
detto or ora che il mondo non ci capisce. Ecco un
aspetto psicologico della situazione.
Perché
il mondo non ci capisce? Perché in generale
la società non capisce la situazione linguistica.
Perché? Per molte ragioni. Per esempio, perché
il rapporto che abbiamo con le lingue è molto
complesso, e non è facile capire qualcosa
di complesso. Quando qualcosa è molto complesso,
tendiamo per natura a semplificare. Di conseguenza,
la società in generale ha un'immagine altamente
semplificata della situazione delle lingue nel mondo.
Un'immagine molto schematica.
Un'altra
motivazione psicologica per cui la società
non capisce il problema linguistico è la
paura. Forse questo può destare meraviglia.
E in effetti, se dite a un politico, o a un linguista,
o a un qualunque uomo che incontrate per strada,
che una delle ragioni per cui il mondo non risolve
il problema linguistico è la paura, lui o
lei vi guarderanno come foste ammattiti. Di solito
per l'ascoltatore il problema linguistico semplicemente
non esiste. "L'inglese lo risolverà,
o i traduttori". E in secondo luogo, se davvero
ci fosse un simile problema, è chiaro che
non ha nulla a che fare con la paura. "Cos'è
questa pazzia?" vi diranno.
Eppure
molte paure sono inconsce. Non le sentiamo, ed è
cosa buona, altrimenti non sarebbe possibile vivere
gradevolmente. Resta il fatto che quelle paure causano
molti aggrovigliati pasticci, errori di rotta nel
nostro modo di capire il reale.
Perché
la lingua suscita timore? Di nuovo, per molte ragioni.
Per esempio, la lingua è intimamente legata
alla nostra identità. Un giorno da ragazzini
veniamo a sapere che il nostro ambiente parla quella
o quell'altra lingua, e che questo ci definisce
in relazione al resto del mondo. Io appartengo a
un gruppo umano che si definisce per mezzo della
lingua che parla. Cosí, nel profondo della
mia psiche, la mia lingua sono io. Il vasto uso
dei dialetti svizzero-tedeschi è un modo
per dire: ecco chi siamo, noi non siamo tedeschi.
Oppure pensate a come reagiscono i fiamminghi o
i catalani: "chi perseguita o critica la mia
lingua, perseguita o critica me."
Molte
persone hanno una reazione di repulsione davanti
all'esperanto perché la percepiscono come
una lingua senza una gens, una etnia definita,
e perciò una lingua dall'identità
inumana, e quindi o una non-lingua, o una lingua
che è piu´ reificata che umana, una
lingua che sta alle vere lingue come un robot sta
ai veri esseri umani. E questo fa paura. La paura
che quel robot di cui si sente dire che ambisce
all'universalità calpesti qualsiasi altra
lingua, ogni popolo, qualsiasi cosa che viva e che
abbia un'individualità, che distrugga ogni
cosa al suo passaggio. Forse può sembrare
fantasioso. Ma è la verità. Il metodo
psicologico detto dialogo clinico cerca le associazioni
di idee o di immagini: orbene, se si chiede a una
persona di dire cosa passa per la mente partendo
da una parola definita, in questo caso "esperanto",
affiora proprio questo timore inconscio in tante
ma tantissime perso ne.
L'identificazione alla lingua internazionale
Uno
dei problemi degli esperantisti viene da questo,
che l'esperanto ha un tratto che lo distingue da
qualsiasi altra lingua straniera, e cioè
che favorisce l'identificarsi ad essa. Uno svedese
che comunica in inglese con un coreano e un brasiliano
si sente solo uno svedese che usa l'inglese, non
si sente un anglofono. Al contrario, uno svedese
che comunica in esperanto con un coreano e un brasiliano
si sente un esperantista e sente che anche gli altri
due sono esperantisti e che i tre appartengono a
una speciale sfera culturale. Perfino se si ha un'ottima
competenza d'inglese, un non anglofono non sente
che questo gli fa avere un'identità anglosassone.
Con l'esperanto accade il contrario. Perché?
Come
al solito nel campo che stiamo esplorando oggi i
fattori in gioco sono molteplici e complessi, ma
forse il piú importante è che l'esperanto
si integra nella psiche umana a un livello piú
profondo rispetto a qualsiasi altra lingua. Non
subito, non tra principianti, ma presso coloro che
Janton chiama "esperantisti maturi", persone
con un'esperienza linguistica sufficiente per potersi
sentire a casa propria con tale lingua. Perché
si instaura più in profonditaà nella
psiche? Perché, piú di qualsiasi altra
lingua umana, questa lingua segue le movenze naturali
del cervello in una persona che vuole esprimersi.
La
nostra tendenza piú basilare quando impariamo
una lingua è generalizzare i tratti linguistici
che abbiamo appreso. Per questo motivo tutti i bambini
italofoni dicono "gli uovi", "ovoj",
anziché "le uova", o "io ando",
"mi iras", anziché "io vado".
Per questo motivo tutti i bambini anglofoni esprimono
il concetto "piedi" con "foots"
anzicé con la forma giusta "feet",
o il concetto "è venuto" con "he
comed" anziché con la forma giusta "he
came". In esperanto simili errori non sono
possibili, cosí uno si sente presto sicuro
nell'uso della lingua. Inoltre, in esperanto si
è molto piú liberi che in altre lingue,
vale a dire si possono mettere in relazione le parole
l'una con l'altra molto liberamente. In inglese
devi dire, letteralmente, "lui aiuta me",
in francese "lui mi aiuta", in tedesco
"lui aiuta a me". In queste tre lingue
esiste una sola struttura obbligatoria, una sola.
In esperanto potete scegliere liberamente una qualsiasi
delle tre. Analogamente per la scelta della funzione
delle parole nella frase. Potete frequentemente
scegliere una qualsiasi tra le funzioni aggettivale,
avverbial e, verbale e sostantivale, per esempio
dire: "mi venis trajne (sono venuto
'trenamente'), mi venis per trajno (sono
venuto mediante il treno), mi trajnis (ho
'trenato')". Non ci sono obblighi in questo
senso. Pochissime lingue hanno a disposizione i
rimedi che permettono una simile libertà,
e se ce l'hanno, molto spesso non si ha il permesso
di usarli. Inoltre, l'ambiente esperantistico è
molto tollerante riguardo gli intoppi grammaticali
e lessicali, a un livello mai incontrato in altre
lingue. Dimenticare l'accusativo o usarlo approssimativamente
nella pratica è considerato un fenomento
normale, probabilmente perché la comprensione
non ne viene quasi mai ostacolata. Solo certi pedanti
ne fanno un dramma, ma questi si situano fuori dal
normale ambiente esperantista (Attenzione! Non fraintendete
questo rilievo sugli errori di lingua come una raccomandazione!
In questo frangente mi trovo su un terreno di pura
os servazione). In altre parole, non c'è
relazione tra la perfezione nel suo uso e il senso
di identificazione alla lingua. Ci si può
sentire esperantisti anche se ci si dimentica
sempre l'accusativo.
Tutto
ciò, e anche la possibilità di creare
parole a piacere, cosa che non è permessa
in molte lingue, crea un'atmosfera di libertà
che pone la lingua a un livello piú profondo
della psiche, piú vicino al nucleo, alla
sua base istintuale. È piú facile
essere spontanei in esperanto che in francese, per
esempio, perché bisogna osservare molti meno
divieti arbitrari. In questo ci si sente piú
facilmente se stessi. Ma le persone che non appartengono
al mondo dell'esperanto questo non lo possono capire.
Non possono capire l'identificarsi, e perciò
l'atteggiamento di molti esperantisti gli sembra
fuori di testa o almeno molto strano. Per quel motivo
di identità con la lingua un esperantista
si sente facilmente attaccato quando si critica
la lingua, o perfino l'idea stessa di una lingua
internazionale. Attaccare la lingua significa attaccare
lui stesso, e la reazione naturale è contrattaccare,
a volte in maniera acre. Ma questo un non-esperantista
non lo comprende. Perciò vede nella reazione
normale di un esperantista qualcosa di troppo intenso,
di troppo forte, la prova di un qualche fanatismo,
che è il solo modo di spiegare una reazione
cosí sproporzionata.
Due categorie
A
mio parere, psicologicamente gli esperantisti appartengono
a due categorie. Da un lato ci sono persone che
non si adattano bene alla vita della collettività,
che si sentono un poco fuori dai flussi della moda,
dalla società, dalle idee correnti e dai
modelli di comportamento. Persone che si sono abituate
al fatto di essere dissimili dalla maggioranza o
che si sentono esclusi, ora o in passato, dalla
maggioranza. Non è facile prendere su di
sé la profonda solitudine della vita umana.
Perciò le persone che si sentono dissimili
dalla maggioranza tendono a riunirsi, a creare una
comunità in cui sentirsi bene. Allora vanno
a convegno e si ripetono l'uno all'altro quanto
hanno ragione loro e quanto ha torto il mondo esterno.
Ciò è del tutto normale e umano. L'esperanto
si è presentato a molte persone non bene
adattate alla società come un luogo per trovare
dei simili analogamente male adattati, presso i
quali t rovano la consolazione e gli incitamenti
necessari per rendere la vita piú sopportabile.
Questo era ancora piú vero nel periodo dopo
che le prime speranze di una rapida adozione dell'esperanto
si erano mostrate vane, e prima delle argomentazioni
in favore dell'esperanto fossero divenute forte
e fattive a sufficienza, in altre parole tra la
prima guerra mondiale e gli anni settanta/ottanta.
Gran parte degli esperantisti in quel periodo era
costituito da persone di acuta sensibilità
verso alcune incongruenze della società in
cui loro malgrado erano costretti a vivere.
Verso
quelle persone inadattate alla società abbiamo
un enorme debito di riconoscenza, perché
senza di loro la lingua sarebbe semplicemente perita.
È ingenuo e ingiusto guardarli dall'alto
in basso, come fanno alcuni avvocati del Manifesto
di Rauma. Nelle circostanze storiche in cui si trovavano,
quegli alfieri della stella verde un po' settari
sono stati indispensabili per lo sviluppo della
lingua. Le persone normali non potevano interessarsi
di esperanto, usarlo e tenerlo in vita. Se l'esperanto
non fosse stato usato continuativamente, se nessuno
avesse scritto opere in lingua, se non fosse stato
utile nella corrispondenza, nei convegni, nei congressi
costituiti principalmente da persone strane, non
avrebbe sviluppato le sue potenzialità linguistiche
e letterarie, non si sarebbe potuto arricchire,
non avrebbe potuto portare un po' alla volta ad
una analisi piú profonda del problema linguistico
mondiale. Sono convinto che tra qualche secol o
gli storici valuteranno che quegli uomini hanno
fatto un enerme servizio all'umanità, tenendo
in vita la lingua e facendola progredire, perfino
se le loro motivazioni in parte poggiavano in una
patologica psichica.
Oltre
agli strani di cui ho or ora parlato l'esperanto
ha sempre attirato persone con un personalità
molto forte. Una persona dalla psiche perfettamente
sana può iscriversi a un gruppo del tutto
fuori dalla norma solo se lui o lei hanno una personalità
forte al punto da porsi davanti alle masse e basare
il suo punto di partenza su basi chiare, serie,
comprovate, cosicché riesca a sentirsi nel
giusto, sebbene senza inorgoglirsi. Per fortuna
di uomini siffatti il mondo dell'esperanto ne ha
trovati in una certa abbondanza fin dal principio.
Uno di questi, per esempio, è stato Edmond
Privat. Anche a loro dobbiamo grande riconoscenza,
perché hanno aiutato molto il progredire
della causa, mostrando a poco a poco, in ambienti
diversi, che gli esperantisti non sono solo strani
esseri fanatici.
E
naturalmente, le due categorie presentano un'intersezione,
vale a dire persone con piú tratti nevrotici
rispetto alla media o piú profondi, ma anche
con una personalità piú forte (spesso
rafforzata proprio all'esercizio costante obbligatorio
a vivere in un ambiente al quale non ci si sente
conformi o pienamente adattati).
Un paradosso: dov'è la sanità mentale?
Siamo
giunti di fronte a un paradosso: il mondo dell'esperanto
è consistito a lungo di persone con una patologia
psichica, eppure avevano una posizione mentale del
tutto sana sulla comunicazione linguistica, mentre
la società generale consisteva di uomini
forse piú normali psichicamente, ma dall'atteggiamento
del tutto nevrotico, patologico, oserei dire folle,
riguardo a quel problema.
Cosa
rende possibile fare un'affermazione cosí
drastica? Be', il fatto che la società presenta
tutti i sintomi di una psicopatologia nel suo modo
di relarsi alla comunicazione linguistica. Quando
un bisogno si fa sentire, cosa fa la persona normale?
Agisce per soddisfare il bisogno con i mezzi piú
efficaci, gradevoli e rapidi. Immaginate uno che
ha fame. Ha in tasca il portafogli pieno. Si trova
in un quartiere con molti posti di ristoro e ristoranti.
Se è normale, andrà in uno di questi,
per farsi servire un pasto o per comrpare qualcosa
di commestibile che lo libererà dalla fame.
Cosa pensereste di una persona che, anziché
fare ciò, va alla stazione, compra un biglietto
del treno da 300 chilometri e si mette a marciare
e marciare per la campagna fino a raggiungere un
piccolo ristorante che offre solo pasti sgradevoli?
Cosa pensereste di un simile uomo, che, a causa
del suo strano modo di relarsi al problema, soffre
la fame per ore e alla fine riceve una cosa insoddisfacente,
e tutto ciò è costato cento volte
piú del necesssario? Chiunque diagnosticherebbe
quel comporamente nevrotico, patologico. Perché
agire in maniera cosí complicata, senza profitto
per alcuno, mentre era possibile risolvere il problema
della fame in maniera facile e diretta? Nel campo
della comunicazione linguistica, gli esperantisti
si comportano come il primo uomo, il resto del mondo
come il secondo.
L'esistere di una resistenza conferma la diagnosi
Ma
forse nonostante quanto detto continuate ad avere
un dubbio su questo, se il comportamento attinente
davvero è patologico, e avete bisogno di
una conferma della diagnosi. Ora, sappiamo che una
della caratteristiche di tali patologie è
la resistenza. La persona che ha siffatti
tratti patologici fa tutto il possibile per non
prendere coscienza che non si sta comportando in
maniera sana, che potrebbe agire in maniera del
tutto diversa, molto piú piacevolmente ed
efficacemente. A volte, tuttavia, la persona riconosce
che quel comportarsi è anormale, ma dice:
"Sí, lo so che comportarsi cosí
è strano, anormale, perfino patologico, ma
non posso fare altrimenti". Accettare quel
comportamento anormale, accettare l'impossibilità
di cambiarlo, è un atteggiamento che viene
detto resistenza.
Be',
è interessante vedere che la maniera in cui
è organizzata la comunicazione linguistica
nel nostro mondo ha tutti i caratteri del comportamento
patologico. L'esperanto esiste. Permette di comunicare
a costi molto meno alti dell'interpretazione simultanea,
molto piuacute; secondo giustizia dell'inglese,
molto piú comodamente di qualsiasi altra
lingua, e tutto questo è possibile dopo un
investimento molto piú piccolo per tempo,
denaro ed energie spesi dai futuri fruitori e dallo
Stato. In altre parole, è la via diretta
per soddisfare il bisogno. Ma anziché usarlo,
la società sceglie una via complicatissima
e assai costosa.
Costringe
milioni di bambini a studiare per anni e anni lingue
straniere cosí difficili che solo uno su
cento, in media, in Europa, uno su mille in Asia,
è in grado di usare efficacemente alla fine
degli studi. Dopo che è stata investita una
tale quantità di pene, energia nervosa, tempo,
denaro in quell'istruzione linguistica, diventa
evidente che non si è risolto il problema
dell'ineguaglianza, e che le barriere linguistiche
sono state attaccate talmente invano che è
necessario investire di nuovo milioni e milioni
di dollari preparare traduzioni in decine di lingue
e di mettere in piedi l'interpretazione simultanea
senza la quale i fruitori non potrebbero capirsi.
Ciò è folle. È folle usare
il proprio tempo, il proprio denaro, il proprio
penare cosí arrabbattato, in maniera cosí
inefficace quando è possibile evitarlo. Basterebbe
solo questo per diagnosticare la patologia nella
società.
Ma
quello che conferma che si tratta di un'autentica
psicopatologia è il fatto che se lo ponete
all'attenzione dei giornalisti, di chi decide, delle
persone importanti, dei responsabili dell'organizzazione
del vivere sociale, e provate a fargli vedere che
il sistema è folle, e che esiste una maniera
mentalmente sana per comunicare, allora avrete
attivato una resistenza. Le persone rifiutano di
considerare il vostro porre all'attenzione, rifiutano
di fare un'inchiesta sulla faccenda, spazzano via
le testimonianze e le prove, prima di entrare
in conoscenza con esse. Quella parola, "prima",
è importante perché è la prova
che la diagnosi è giusta, dà ragione
della resistenza. I responsabili della società
preferiscono non sapere che esiste un'altra maniera
per comunicare tra i popoli rispetto a quella che
impongono a miliardi di abitanti della terra. Hanno
paura di affrontare la verità. E poich&
eacute; non vogliono vedere che hanno paura, il
che è una prova ulteriore del carattere nevrotico,
patologico del loro comportamento, usano pretesti
di ogni dipo per non aprire il dossier.
Le
persone importanti perciò rifiutano un qualcosa
senza sapere cosa rifiutano; hanno paura senza sapere
di averla; sono causa di disagi, ingiustizie, frustrazioni,
sofferenze inutili, spese ingenti, tasse, complicazioni
di ogni tipo, e una considerevole quantità
di sofferenze (mi riferisco tra gli altri ai rifugiati
per i quali la mancanza nella comunicazione linguistica
è spesso causa di sofferenze concrete), causano
tutto questo senza sapere che sono loro la causa.
Si tratta di una psicopatologia sociale severa,
grave. Ma davvero pochissime persone sono accorte
e capiscono.
Tabú
Difatti,
si tocca un tabú in tutto il campo della
comunicazione tra popoli e tra Stati. Se studiate
la letteratura che viene prodotta in questo campo,
constaterete che oltre il 99 per cento i documenti
presentano la questione come se l'esperanto non
esistesse, come se l'umanità non avesse alcuna
esperienza per comunicare internazionalmente alternativa
ai mezzi consueti tradizionali, vale a dire l'interpretariato
o l'uso di una lingua nazionale di prestigio come
l'inglese. L'esperanto è tabú. Si
è visto di nuovi recentemente a Bruxelles,
al Parlamento Europeo, durante una sessione della
cosiddetta Commissione Istituzionale che ha trattato
la domanda riguardo alla (non)comunicazione nell'Unione
Europea. Cosa prova che si tratta di una cosa tabú
è proprio il rifiuto del confronto.
Nella
scienza, quando si vuole sapere il valore di una
cosa, si mette sempre a confronto rispetto a un
referto. Per esempio, prima di decidere su un nuovo
medicinale, si mette a confronto la sua efficacia
con le sostanze già note. E quando si è
deciso di fare questa o quella grande opera, per
esempio costruire uno stadio nuovo, cosa si fa?
Si lancia un appalto. Si chiede alle diverse imprese
di sottoporre un progetto, e si mettono a confronto
le diverse offerte per accettare la piú razionale
in relazione ai costi e agli altri criteri che è
necessario prendere in considerazione. Questa è
la procedura normale. Infatti esiste un metodo totalmente
scientifico per l'arte della scelta del miglior
modo per raggiungere uno scopo definito in precedenza.
Questo metodo si chiama "ricerca esplorativa"
("operations research", "recherche
opérationnelle"). Nacque durante la
seconda guerra mondiale come modalit&ag rave;
di scelta della via migliore nel trasporto delle
merci o degli uomini in maniera massimamente rapida
e con il minimo rischio. Ora, se si applicano le
regole della ricerca esplorativa al problema della
lingua, si constaterà che tra tutti i rimedi
osservabili nella pratica, l'ottimale per raggiungere
lo scopo è l'esperanto. Ma per trovarlo è
indispensabile mettere a confronto i diversi sistemi
uno con l'altro, poi vedere obiettivamente, nella
pratica (sul campo, come si dice adesso), come l'esperanto
si sia di gran lunga il rimedio migliore al confronto
di gesti e balbettìi in una lingua male appresa,
all'uso dell'inglese, alla traduzione di documenti
e all'interpretariato dei discorsi (simultaneo o
conseguente), all'uso del latino, etc. Solo un confronto
siffatto mette in grado di concludere qual è
il sistema migliore.
Ma
nonostante le migliaia e migliaia di pagine che
si trovano nei documenti sulla situazione linguistica,
all'Onu, all'Ue, nei dipartimenti linguistici delle
Università etc., i documenti che affrontano
il problema sulla base di un confronto che includa
l'esperanto si contano sulle dita di una mano. Poiché
la comparazione delle diverse soluzioni possibili
al problema è qualcosa di cosí frequente
in altri campi, la mancanza nel campo della comunicazione
linguistica internazionale prova che entra in gioco
un tabú.
In cosa si radica il tabú?
Perché
si affronta in maniera patologica il problema della
lingua? Di nuovo le ragioni sono molte. Ci sono
ragioni politiche. L'idea che gli individui intellettualmente
meno talentati possano comunicare senza barriere
da popolo a popolo dispiace a molti Stati. Ci sono
ragioni sociali. Quella stessa possibilità
dispiace agli strati sociali privilegiati. Le persone
che sanno abbastanza bene l'inglese o un'altra lingua
importante hanno molti vantaggi sugli uomini che
sanno solo alcune lingue locali e hanno tutto l'interesse
a non perdere quel vantaggio. Questo è particolarmente
evidente nel cosiddetto Terzo Mondo.
Eppure
ritengo che le motivazioni principali del tabú
siano psichologiche. Il nucleo del problema poggia
sul peso emotivo, sul carico, sui connotati del
concetto "lingua", nella sua capacità
di far vibrare le fibre profonde del nostro animo.
Noi pensiamo attraverso concetti o parole. E le
parole o concetti non sono solo beni dell'intelletto,
hanno un qualche sapore emotivo, una qualche connotato
nei sentimenti. Non tutti, ma molti. Se vi dico
"guerra", "denaro", "madre",
"sesso" o "energia atomica",
qualcosa vibra in voi, nel profondo, sebbene in
generale non ne siate coscienti. In altre parole,
noi non siamo indifferenti di fronte alla maggior
parte dei nostri concetti, soprattutto a quelli
che sono in qualche modo legati ai nostri desideri,
bisogni, aspirazioni, piaceri, sofferenze, potere,
etc.
Tra
i concetti dal robusto connotato emotivo si trova
anche il concetto "lingua". Perché?
Perché la lingua evoca la capacità
di farsi capire, e la possibilità di essere
capiti è uno dei desideri basilari di ogni
uomo. Quando ho un compito che in qualche modo mi
tormenta, o una sofferenza, se posso parlarne a
qualcuno che mi ascolterà e che reagirà
comprensivamente mi sentirò aiutato, avrà
luogo una qualche suddivisione dei compiti o della
sofferenza e cosí non mi sentirò piú
solo, mi sentirò meglio. Quando un bambino
soffre e grida, molto spesso la reazione dell'adulto
lí accanto non coglie nel segno, fraintende,
oppure non viene alcuna reazione, salvo, sul viso,
un'espressione di indifferenza. Ma quando il bimbo
ha acquisito una lingua, e dice: "mi fa male
l'orecchio", la reazione dell'adulto è
totalmente diversa. Avviene una vera comunicazione,
che ca mbia la vita. Dato che questa comunicazione
nella maggior parte dei casi e con maggior salvamento
si svolge con la madre, il connotato emotivo del
concetto "lingua" include i sentimenti
verso di lei. Per questo la maggior parte delle
lingue dicono "lingua materna", mentre
in effetti si tratta della lingua dei genitori o
dell'ambiente.
Difatti
acquisire una lingua è cosa del tutto banale.
Accade secondo le vie normali di ogni tipo di apprendimento.
Non c'è nulla di mistico nell'acquisizione
linguistica, non piú di quanto ce ne sia
nella capacità di guidare l'auto. Eppure
c'è un'enorme differenza tra i due apprendimenti.
L'età. Quando impariamo a usare l'auto sappiamo
che impariamo e sappiamo molto sull'arte di imparare,
perché andiamo a scuola da molti anni e abbiamo
imparato molto sull'apprendimento. Ma quando apprendiamo
la lingua dei genitori, non siamo per nulla coscienti
che stiamo imparando. Perciò viviamo l'esperienza
come miracolosa. Dapprima non eravamo in grado di
comunicare con chiarezza. Ora possiamo esprimerci.
Ecco il miracolo, che cambia tutta la nostra vita.
A causa di quelle circostanze, in cui acquisiamo
una lingua, imparando senza sapere che stiamo imparando,
e si sta svolgendo un processo d'apprendimento del
tutto banale, la lingua diventa un qualcosa di santo,
favoloso, fiabesco, mitico. Qualcosa al di fuori
del campo della razionalità. Qualcosa della
cui provenienza non sappiamo nulla. Per le piú
recondite profondità del nostro animo la
lingua è un dono degli dei, un dono sovrannaturale.
Nessun uomo può arrogarsi il diritto di c
ambiarlo. Nessuno ha il diritto di mischiarsi a
proprio piacimento, secondo ragione, in una cosa
linguistica.
Guardate
come reagiscono emotivamente gli uomini quando appare
una proposta di cambiamento dell'ortografia. Guardate
bene gli argomenti e vedrete che nulla di veramente
razionale interviene in quei casi. Si tratta semplicemente
di emozioni, le emozioni che fanno vibrare in eterno
il concetto "lingua".
Un messaggio autoritario occulto
Quel
sentimento primigenio sulla lingua come qualcosa
di mitico, donato dagli dei, e perciò santo
e intoccabile è il nucleo piú profondo
dell'aura emotiva del concetto "lingua".
Al quel nucleo bisogna aggiungere il fatto che il
concetto "lingua" evoca le primissime
relazioni familiari, principalmente quelle con la
madre. Ma sopra quei due strati ce n'è un
terzo: la relazione con l'autorità. Nella
trasmissione di una lingua ai bambini c'è
un messaggio nascosto che praticamente non viene
esplicitato mai. E questo messaggio è terrificante
e dittatorio.
Infatti
questo strato detta la situazione del bimbo nei
confronti dell'adulto nella società. Quando
un bimbo non parla correttamente, lo si corregge,
alemno a partire dalla frequentazione della scuola.
Se non lo si corregge, si ride o si prende in giro,
o si sorride significativamente. Qualsiasi sia la
reazione, si fa sentire al piccolo che quando usa
una forma di quel tipo, differente da quella giusta
secondo la grammatica o il dizionario, è
fuori dalla norma. Se un piccolo francofono dice
"plus bon", gli si dice "Non si dice
cosí, si dice "meilleur"".
Forse anche in tedesco non si può dire "mehr
gut" o "guter" o "gueter"
e forse i bimbi usano forme di quel timpo. Allora
li si corregge con frasi come: "Non cosí.
Si dice "besser"".
Cosa
significa ciò per il profondo della psiche?
Ciò trasmette un messaggio occulto e cioè:
"Non fidarti della tua tendenza spontanea,
naturale che ti fa generalizzare i tratti linguistici
di cui ti sei accorto. Non fidarti della tua logica.
Non fidarti dei tuoi riflessi, del tuo istinto.
Obbediscimi, anche se il nostro sistema è
assolutamente irrazionale e stolto."
Per
i bambini infatti la lingua è essenzialmente
uno strumento per comunicare. Il primo gradino del
loro pensiero perciò è: "Se mi
capiscono, a posto. Una lingua infatti è
fatta per capirsi.". Ma le reazioni dell'ambiente
mandano e rimandano il messaggio: "Una lingua
non è qualcosa di pensato e studiato per
comprendersi. Una lingua è un campo in cui
si impara a conformarsi a richieste arbitrarie e
inspiegabili dei grandi." In una lingua ci
sono dei tabú che nessono è in grado
di spiegare. Se un bambino che vuole esprimere l'idea
"è venuto" dice "er kommte",
"il a venu", "he comed", li
si fa notare che dovrebbe dire "er kam, il
est venu, he came". Se in quel mentre chiede:
perché? Non è possibile dargli una
risposta razionale. L'unica risposta possibile è
si dice cosí. E si sottintende che la lingua
è governata da leggi incomprensibili, che
si radicano nei primordi del tempo. Il rispetto
agli antenati o agli dei che hanno donato la lingua
è piú importante della logica, della
razionalità, delle tendenze spontanee, istintive,
rispetto alla natura umana individuale.
L'esperanto
spazza via tutto ciò. È nato da non
molto. Questo è un sacrilegio. Una lingua
non ha il diritto di essere giovane. Una lingua
è qualcosa di santo, donato dagli antenati
o dagli dei, non una cosa che può formarsi
nei nostri tempi. E si dice che quella lingua non
ha eccezioni, è un crimine! Se si può
seguire la propria natura, la propria logica per
esprimersi, cosa resterà dell'autorità
degli uomini antichi? Perciò l'esperanto
suscita enormi timori nel profondo della nostra
psiche. Rischia di far perdere alla nostra lingua
materna e paterna il suo carattere mito, santo,
fiabesco. La rende relativa, mentre è vigoroso
il bisogno emotivo di sentire la lingua materna
e paterna come qualcosa di assoluto. È necessario
venga messo in campo qualsiasi rimedio per fermarne
la diffusione. È necessario agire con ogni
mezzo perché non si indaghi su di essa. Forse
si vedrebbe che una lingua non è quello che
crediamo, e che cosí verrebbero affossate
le basi del vivere sociale. La faccenda è
troppo emotiva perché possa essere accettata
tranquillamente, perché siano studiate le
sue reazioni con obiettività.
Un mostro
Inoltre,
l'esperanto è come un mostro, perché
si dice che l'ha creato un solo uomo. In altre parole,
ha un padre ma non ha una madre. È la produzione
mostruosa di un solitario pervertito. A quell'idea
contribuiscono molte definizioni riscontrabili nei
dizionari, nelle enciclopedie, nei libri sulle lingue
o nei volantini esperantisti, secondo cui "l'esperanto
è stato creato da Zamenhof nel 1887."
L'esperanto non è stato creato nel 1887.
Nel 1887 è apparso un seme di lingua, che
molti anni prima era già cresciuto e si era
trasformato nella mente di Zamenhof e sui suoi quaderni.
Dopo quel lungo processo, che è comparabile
al processo di crescita dal seme alla pianta, il
progetto è divenuto pubblico, cioè
il seme fu gettato. Ma quel seme poteva diventare
vivo solo se il suolo l'avrebbe accettato. E quel
suolo è la madre dell'esperanto, vale a dire
la comunità dei primi idealisti dal gran
de cuore che hanno accettato il seme e se ne sono
presi cura, gli hanno donato l'ambiente in cui poteva
crescere, trasformarsi e diventare qualcosa capace
di vivere a sufficienza per tenersi in vita indipendentemente
da qualsiasi individuo.
L'esperanto,
come lo usiamo oggi, non è l'opera di Zamenhof,
è una lingua che si è sviluppata solla
base degli uomini piú diversi. È una
lingua che si è sviluppata del tutto naturalmente,
con l'uso, con la struttura, con l'alternanaza di
proposte e controproposte, la maggior parte inconsce.
Non è un mostro, che un uomo solo ha messo
in piedi. S í, ha un padre, un padre da ammirare,
un padre che è riuscito a mettervi dentro
un potenziale di vita incredibilmente ben fatto,
a puntino, che l'ha assistito amorevolmente, e che,
molto piú di quanto un padre solo fosse in
grado, gli ha donato la vita.
I fatti sono piú ostinati dei discorsi
Abbiamo
visto che gli aspetti psicologici dell'esperanto
e del problema linguistico mondiale sono molto piú
complessi di quanto si potrebbe immaginare a prima
vista. Nella psiche della maggior parte degli individui
si trova una resistenza terrificante all'idea stessa
di una lingua internazionale. Per questa resistenza,
quasi nessuno dell'elite politica, sociale e intellettuale
accetta serenamente di indagare sulla faccenda.
E nonostante questo progredisce, va avanti. Casi
analoghi di resistenza a qualcosa di piú
buono, piú opportuno, piú democratico
abbondano nella storia. L'esempio piú tipico
in Europa è la resistenza contro le cifre
che usiamo ora, le cifre indo-arabe: anche quelle
l'elite intellettuale (e non solo quella) l'ha percepito
come un sacrilegio contro le cifre romane usate
fino ad allora. Sono convinto che un giorno l'esperanto
verrà accettato in generale . La patologia
non resterà in eterno piú fort e dei
rimedi curativi, anche quelli agiscono nella società.
Tra quelle forze curative ci sono la comprensione
piú e pi´ buona del fenomeno esperanto
da parte dei linguisti, per esempio, e di molte
altre persone. Ci sono anche le richieste della
realtà. Come disse Lincoln, si può
nascondere la verità a una parte del pubblico
per un po', ma non si può nascondere la verità
a tutto il pubblico per sempre. L'esperanto, se
lo si mette a confronto con tutti gli altri rimedi
per comunicare tra popoli, è obiettivamente
il migliore, di gran lunga, qualsiasi sia il criterio.
I fatti sono piú ostinati delle idee. La
resistenza andrà avanti a lungo e sarà
aspra, sí, certo, perfino se ora viene percepito
solo qualcosina mentre è già tutto
pronto, cosicché, ora, molte persone semplicemente
non ascoltano cosa andate dicendo sull'esperanto:
la loro mente non è pronta, le vost re frasi
passeranno oltre senza lasciare traccia. Sí,
la resistenza sarà ancora forte. Ma, credetemi,
non potrà essere superiore. I fatti vinceranno.
La verità vincerà. L'esperanto vincerà.
Traduzione di Federico Gobbo