L'Europeo trilingue: una speranza realistica?
By Claude Piron,
ancien
traducteur à l'ONU et à l'OMS, sychothérapeute,
ex-enseignant chargé de cours à l'Université
de Genève entre 1973 et 1994 (psychologie et
sciences de l'Education),
Suisse
c.piron[at]bluewin.ch
http://claudepiron.free.fr/
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In tutta Europa molte voci si innalzano in favore di un trilinguismo
generalizzato. Bisogna, ci dicono, che l’insegnamento
delle lingue miri a fare di ogni giovane Europeo un
cittadino trilingue. Ma che cosa vuol dire “trilingue”?
Si tratta di possedere a fondo altre due lingue oltre
alla propria lingua madre? Il linguista Claude Hagège
definisce questo livello nel modo seguente: “Per me,
conoscere perfettamente una lingua significa essere
capace di cogliere dei giochi di parole infilati su
un tono molto veloce da parte di parlanti madrelingua,
e parlarla senza essere identificato come uno straniero”
e conclude dicendo: “Il numero di veri bilingui [&]
è piuttosto ridotto.” Di fatto, questo livello
di bilinguismo implica delle circostanze eccezionali,
come due genitori di lingua diversa o una scolarità
fatta in una lingua diversa da quella della famiglia.
Semplici soggiorni linguistici non bastano. Personalmente,
ho vissuto cinque anni negli Stati Uniti, lavoro molto
in inglese, ho persino insegnato alla San Francisco
State University, ma non passerò mai per un
anglofobo, e se vado a vedere una commedia musicale
americana,sono lontano dal coglierne tutte le finezze.
Un complesso groviglio di programmi
Una
lingua è un complesso groviglio di programmi,
nel senso informatico, il cui svolgimento è
costantemente inibito da centinaia di migliaia di
programmi secondari o terziari che interferiscono
con i primi. Noi non ce ne rendiamo conto, perché
l’acquisizione della nostra lingua madre è
avvenuta inconsciamente, a un’età in cui niente
ci permetteva di sospettare l’ampiezza del lavoro
che effettuavano i nostri neuroni.. Per esprimersi
correttamente, bisogna bloccare senza sosta le vie
neuropsicologiche naturali. Per esempio, se si vuole
rendere con un aggettivo l’idea “che non si può
risolvere”, lo spontaneo gioco del cervello conduce
a “irrésolvable”. Ma bisogna sbarrare questa
via e installare la deviazione che porta a “insoluble”Un
altro esempio: avete sentito stamani la signora Cristina
del Moral citare a più riprese il numero di
parlanti questa o quella lingua. Il suo francese era
straordinario ma su questo punto preciso la tendenza
naturale l’ha spuntata sulla sua conoscenza della
nostra lingua: “parleur” è la forma cui conducono
direttamente i meccanismi cerebrali per esprimere
l’idea ,che il linguaggio corretto esprime con la
parola “locuteur”. E allorché lo straniero
che impara il francese ha integrato”en hiver”( in
inverno), “j’y pense”(ci penso) e “biologiste”(biologo),
deve inibire “ en printemps” (in primavera-che si
dice au printemps), “je lui pense”(penso a lui- che
si dice "je" pense à lui e “psychologiste”
(psicologo-che si dice psychologue). Il flusso nervoso
non può seguire il suo movimento naturale,
che lo porta a esprimere concetti paralleli con forme
parallele.
La
nostra tendenza naturale consiste nel generalizzare
ogni tratto linguistico. Se tutti i bambini dicono
“più buono” prima di dire “migliore”, è
perché generalizzano la struttura di più
bello, più forte, più piccolo, ecc.
L’apprendimento di una lingua consiste nel decondizionarsi
dai riflessi della propria lingua madre, nel reintrodurre
nel cervello una serie di riflessi diversi, nel bloccare
poi una percentuale molto elevata di questi riflessi
per portare ad una forma corretta che va contro la
tendenza spontanea alla generalizzazione. L’inglese
che studia il francese deve imparare che non può
dire, come nella sua lingua, “je chante/vous chante”.Deve
inserire il riflesso che fa dire “vous chantez” Ma
una volta messo a posto questo riflesso, deve introdurre
per certi verbi, un riflesso che lo blocchi. Mettere
un senso vietato davanti a “ vous faisez” e “vous
disez” e una deviazione che porta a “vous faites”
e “vous dites”. Soltanto che, una volta installata
questa deviazione, bisogna ricominciare il lavoro
con “ prédire”. È stato indirizzato
su una strada che porta a “ vous prédites”.
Errore, si dice “vous prédisez”. Lo vedete:
imparare una lingua europea significa sovrapporre
più strati di riflessi gli uni sugli altri.
Dico riflesso perché non basta aver capito
e memorizzato. Se dovete riflettere, percorrere tutte
le schede e tutti gli archivi classificati nella vostra
memoria per trovare la forma corretta, non parlate
fluentemente. È il mio dilemma quando devo
parlare russo. Benché abbia alle spalle migliaia
di ore di pratica di russo, ho la scelta tra parlare
correttamente, ma lentamente, con un ritmo frammentario,
spezzato, penoso, con un enorme sforzo nervoso, o
parlare fluentemente ma facendo ridere tutti, tanto
i miei errori possono essere buffi.
Un minimo di 10.000 ore
Servono
almeno 10.000 ore di studio e di pratica per fissare
le centinaia di migliaia di riflessi necessari, il
cui numero non si può ridurre. Ora, l’insegnamento
della prima lingua straniera comprende in totale tra
800 e 1200 ore di lezione secondo il paese. Non è
dunque sorprendente che tra i diplomati solo uno su
cento sia capace di esprimersi correttamente nella
prima lingua straniera imparata. Da 800 a 1200 ore
è il decimo di quanto servirebbe. Se si vuole
che gli alunni padroneggino due lingue straniere bisogna
moltiplicare per venti il numero attuale di ore di
lezione.
È
in questo senso che ha optato il Lussemburgo dove,
alla scuola elementare, su 27 lezioni settimanali,
12 sono consacrate a due lingue straniere, il tedesco
e il francese: ossia 3000 ore per i sei anni di elementari.
Siccome lo studio delle lingue prosegue al livello
secondario, il Lussemburgo dispone effettivamente
di una popolazione trilingue, ma i Lussemburghesi
sono meno bravi dei coetanei in matematica, in scienze
e in varie altre materie importanti. Inoltre, se i
giovani non perdono queste lingue quando entrano nella
vita attiva, è a causa dell’eccezionale situazione
geografica del Granducato, dove i contatti con persone
di lingua francese e tedesca sono quotidiani.
In
paesi come la Spagna, la Finlandia o la Francia si
dimenticherebbe presto ogni cosa perché i riflessi
condizionati si mantengono solo se sono rinforzati
regolarmente. Lo constatate se restate qualche anno
senza parlare una lingua: le parole che non si trovano,
gli errori che fate appaiono laddove manca un legame
condizionale tra concetti affini o tra un riflesso
inibitore e una deviazione.
Trilinguismo o promozione mascherata
dell’inglese?
Se
si vuole una popolazione trilingue, a quale livello
si mirerà? Un livello di padronanza nelle tre
lingue è impossibile con il semplice insegnamento
scolastico e non si arriverà a poter finanziare
soggiorni linguistici di lunga durata per tutta la
popolazione. Anche l’insegnamento di alcune materie
nella lingua straniera non porta al livello desiderato.
In Svizzera esistono dei licei che insegnano quattro
materie in lingua straniera per tre anni. Il livello
degli alunni nella lingua in questione è certamente
ben superiore a quello che dà l’insegnamento
tradizionale, ma è comunque ancora lontano
dalla padronanza. Se ci si limita alle lingue europee,
l’unica soluzione realista sarebbe un trilinguismo
comportante una buona conoscenza della lingua madre,
una conoscenza imperfetta ma relativamente operazionale
di una seconda lingua e un’iniziazione a una terza
lingua che permetta, non proprio di usarla, ma di
averne una certa idea, il che, culturalmente parlando,
si giustifica, giacché più modi diversi
di esprimere le stesse idee si trovano, più
la mente si sviluppa.
Purtroppo
questo sistema comporta dei gravi inconvenienti. Favorirebbe
un’ineguaglianza in favore dei paesi anglofobi. In
effetti si può comunicare da un paese all’altro
solo se una delle lingue insegnate è la stessa
per tutti. Sennò come potrebbe un trilingue
portoghese-greco-danese avere uno scambio serio con
un trilingue finnico-tedesco-francese? I genitori
esigeranno quindi che la lingua imparata più
a fondo sia l’inglese. Quanto agli alunni di lingua
inglese, la maggior parte sarà poco motivata
all’apprendimento di altre due lingue, poiché
sanno che, dovunque vadano, potranno tirarsi d’impaccio
con la loro lingua madre. Ora, il principale fattore
di successo nell’apprendimento di una lingua è
la motivazione. Paradosso: si sprona il trilinguismo
per salvaguardare la diversità, per assicurare
una migliore conoscenza reciproca di tutti gli Europei,
ma in effetti li si porta ad una diretta sottomissione
all’anglofonia, con, come conseguenza, l’assimilazione
di un modo di pensare che non ha niente a che vedere
con le tradizioni mentali e culturali dell’Europa
continentale.
Quindi
non andiamo verso un trilinguismo generalizzato dove
tutti sarebbero più o meno allo stesso livello,
ma verso un bilinguismo più o meno effettivo
con il rafforzamento dell’ineguaglianza tra i popoli.
I popoli non si trovano su un piano di parità
di fronte all’inglese: i Germanici sono favoriti in
confronto ai Latini, e i Latini in confronto agli
Slavi e agli altri Baltici. L’inglese è fondamentalmente
una lingua germanica, dunque vicina alle lingue scandinave,
al tedesco e all’olandese. Ha molto in comune con
queste lingue, non solo a livello di lessico base
e di grammatica, ma a dei livelli molto più
sottili. C’è uno spirito comune alle lingue
di questo ceppo che è estraneo alle lingue
neolatine e slave. Ma se le persone di lingua romanza
sono svantaggiate rispetto ai Germanici, esse sono
in una situazione molto più favorevole di quelle
dell’Europa orientale.
Una
delle difficoltà dell’inglese riguarda il suo
immenso vocabolario, che rappresenta circa il doppio
di quello di un’altra lingua europea, poiché
un enorme apporto francese e latino si è aggiunto
alla base germanica senza sostituirla. Non si sa l’inglese
se non si conoscono contemporaneamente fraternal e
brotherly, liberty e freedom, vision e sight. Un occidentale
conosce già uno dei due termini, ma un Ungherese
o un Estone no. L’adozione dell’inglese come mezzo
di comunicazione internazionale crea una gerarchia
tra i popoli: non è democratica.
Una soluzione davvero realistica
L’unica
possibilità di evitare un rafforzamento della
posizione egemonica dell’inglese implica una presa
di coscienza da parte delle autorità e dei
mezzi di comunicazione di massa. Purtroppo questa
presa di coscienza urta contro un’enorme resistenza.
Il tema che sto per introdurre ora è un tema
in cui i luoghi comuni sono estremamente diffusi e
in cui le persone che hanno realmente aperto il fascicolo
sono poco numerose. Mi affido alla vostra apertura
mentale e vi invito ad ascoltarmi senza preconcetti.
Tutto ciò che sto per dire si fonda, da un
lato, sulla mia esperienza, soprattutto sulla mia
infanzia, e dall’altro, su di uno studio dei fatti
di ordine culturale, pedagogico, linguistico, fonetico
e neuropsicologico. Poiché si tratta di fatti,
tutto quanto mi accingo a dire è perfettamente
verificabile, anche se ciò sembra sbalorditivo.
Esiste
un trilinguismo realistico, esente dagli inconvenienti
di quello di cui ho parlato fin qui: il trilinguismo
“lingua madre - esperanto - altra lingua”.
L’esperanto
è interamente fondato sul diritto di generalizzare
ogni tratto linguistico. Ciò significa, dal
punto di vista neuropsicologico, che fa l’economia
di tutti i riflessi secondari o terziari messi a punto
nelle altre lingue per inibire i primi riflessi impiantati.
L’alunno che impara un’altra lingua ha l’impressione
di essere impegnato in un percorso che un sadico ha
cosparso di tranelli apposta per farlo incespicare.
Ora, l’impianto dei riflessi che impediscano di cadere
in queste trappole rappresenta circa il 90% del tempo
necessario all’acquisizione di una lingua. Siccome,
in esperanto, queste trappole non esistono, il risparmio
del tempo necessario all’apprendimento è enorme.
Un mese di esperanto conferisce un livello di comunicazione
paragonabile a quello che un’altra lingua dà
in un anno. Detto altrimenti, dopo sei mesi di esperanto,
a parità di ore settimanali, l’alunno ha una
capacità di comunicare equivalente a quella
che possiede, per un’altra lingua, al termine dei
suoi studi superiori. Questo significa che basta insegnare
l’esperanto per un semestre, o alla fine dell’istruzione
elementare o all’inizio di quella secondaria, per
realizzare la prima tappa: il bilinguismo “lingua
nazionale - lingua internazionale”. Per tutto il resto
della scolarità, quindi, l’alunno dispone,
per imparare la terza lingua, di tutte le ore attualmente
consacrate alla seconda.
Aspetti relazionali e pedagogici
Le
possibilità di conseguire un buon livello in
questa terza lingua sono tanto più reali in
quanto l’esperanto presenta dei vantaggi considerevoli
in qualità di materia propedeutica, cioè
per la preparazione allo studio delle lingue. Un francese
che impara il tedesco deve disabituarsi a un sistema
complesso, rigido e arbitrario per trasformare in
nuove abitudini un altro sistema complesso, rigido
e arbitrario. Per passare da “je vous remercie” a
“ich danke Ihnen”, bisogna modificare i riflessi riguardanti
la collocazione del pronome e quelli che si riferiscono
alla natura diretta o indiretta del complemento oggetto.
Se
ho usato il termine “arbitrario” è perché
questa sostituzione di riflessi non ha niente a che
vedere con le esigenze della comunicazione. Se dico
“je remercie à vous [= ringrazio a voi]”, che
è la traduzione letterale dell’espressione
tedesca, mi capite perfettamente. La comunicazione
passa per quanto riguarda il contenuto. Ciò
che differisce dalla comunicazione normale è
che ho un’aria strana, non siamo sullo stesso piano.
E’ a livello relazionale che c’è un problema.
Può
capitare che questo livello relazionale sia importante.
Anche se il contenuto dell’enunciato è trasmesso
bene, dato che quelli che ascoltano tengono conto
del contesto, se si introducono delle connotazioni
pesanti, ciò può essere molto fastidioso.
Una ministra danese, la sig.ra Helle Degn, aveva appena
assunto l’incarico quando ha dovuto presiedere una
riunione internazionale. Esprimendosi in inglese ha
voluto dire: “Scusatemi, non conosco bene la pratica,
sono appena stata nominata” e ha detto “I’m at the
beginning of my period” che significa “Sono all’inizio
delle mie regole”. Tutti hanno capito ma il suo prestigio
ne ha risentito molto.
Quando
si parla una lingua straniera, si ha spesso l’aria
meno intelligente di quanto non lo si sia.
Dunque
se vi dico “je vous remercie à vous”, mi capite
ma non do l’impressione di quello che sono in realtà.C’è
qualcosa di falsato tra noi.Uno dei vantaggi dell’esperanto
è che esso evita questo genere di problemi
grazie alla sua grande libertà lessicale e
sintattica. In esperanto si può dire, seguendo
la struttura francese “je vous remercie”, “mi vin
dankas”, seguendo quella inglese “mi dankas vin” e
seguendo quella tedesca “je remercie à vous”
“mi dankas al vi”. Siccome le tre espressioni sono
tutte correnti, nessuna appare strana. Un altro esempio,
questa volta riguardo le strutture lessicali. In francese
posso dire “vous chantez merveilleusement [= cantate
meravigliosamente], ma non mi è consentito
di applicare la stessa struttura ai concetti ‘musique’
e ‘beau’: “vous musiqeuz bellement” è comprensibile
ma scorretto. In esperanto, come potete dire “vi kantas
mirinde” “vous chantez merveilleusement”, così
potete dire “vi muzikas bele” o “vi bele muzikas”.
In altri termini, il bambino che impara l’esperanto
impara ad esprimere il suo pensiero secondo delle
forme molto più varie che in qualsiasi altra
lingua, e questo senza fare l’esperienza pedagogicamente
sfavorevole dell’errore. C’è allargamento del
senso e della creatività linguistici senza
sensazione di fallimento. È estremamente gradevole
e incoraggiante. Posso testimoniarlo. L’esperanto
è stata la mia prima lingua straniera. E’ lui
che mi ha dato la passione per le lingue.
Un
altro vantaggio psicologico dell’esperanto è
che esso non obbliga a rivestire un’altra identità.
Imparare a pronunciare l’inglese, è imparare
a scimmiottare gli Anglosassoni. Molti giovani che
hanno fisicamente tutto quanto serve loro per pronunciarlo
come conviene, non ci riescono a causa di un blocco
psicologico. Per imitare la pronuncia inglese bisogna
rinunciare ai propri modi francesi di posizionare
la lingua, le labbra, il velo palatale, ecc. Ciò
è spesso vissuto come una perdita d’identità.
In esperanto tutti hanno un accento straniero e variazioni
di pronuncia molto grandi sono considerate del tutto
normali. L’esperienza prova che, a differenza di quanto
succede con l’inglese, esse non nuocciono alla comprensione
per ragioni fonetiche che sarebbe troppo lungo esporre
qui. In altre parole, l’esperanto prima di un’altra
lingua è come le scale prima del concerto,
come la ginnastica prima di sciare; è un mezzo
per prendere sul serio l’articolazione tra due sistemi
rigidi e arbitrari. L’esperienza prova che è
un mezzo efficace. Una classe che ha fatto un anno
di esperanto seguito da cinque di tedesco arriva,
in tedesco, allo stesso livello di una classe che
ha fatto sei anni di tedesco, senza perdere niente.
Se
le nostre autorità, i nostri rappresentanti
al Parlamento europeo e nei parlamenti nazionali,
i partiti politici, l’élite universitaria,
economica e culturale volessero veramente che gli
Europei mantenessero la loro diversità linguistica,
conservassero la loro identità con rispetto
delle diverse identità, allargassero i loro
orizzonti culturali e comunicassero tra loro, qualunque
sia il loro paese, con la stessa disinvoltura che
nella loro lingua madre, riconoscerebbero che il trilinguismo
“lingua madre - esperanto - altra lingua” si presenta
come l’unica soluzione realista. È la conclusione
cui si giunge allorché si guarda da vicino
come le cose si svolgono in realtà. Insisto
su questo obbligo di guardare alla realtà perché
il discorso sulle lingue, così come si svolge
nei ministeri, negli organismi europei e nei mezzi
di comunicazione di massa, non si basa praticamente
mai sullo studio del reale. Minimizza l’importanza
dell’handicap linguistico nella vita quotidiana, minimizza
terribilmente la difficoltà delle lingue, lascia
grande spazio al “laissez faire”e fa come se l’esperanto
fosse un’idea, un progetto e non una realtà
linguistica facilmente osservabile.
La
formula che propongo è quindi l’unica realistica
sul piano del contenuto, sul piano tecnico, se così
si può dire. Purtroppo temo che non sia ancora
realistica dal punto di vista socio-politico-psicologico.
Da una parte le forze sociali che spingono al monopolio
dell’inglese sono estremamente potenti. Hanno a che
fare con il potere, con la situazione sociale, con
interessi economici, ma anche con fattori molto influenti
come la moda e lo snobismo. D’altra parte, c’è
una resistenza tenace ad aprire il fascicolo “esperanto”.
È un campo in cui le persone altolocate, ma
spesso anche i giornalisti e molti linguisti giudicano
senza studiare i fatti, come se sapessero in anticipo
tutto quel che c’è da sapere, come se ci si
potesse fare un’idea della natura e del funzionamento
dell’esperanto e della cultura che gli è associata,
senza documentarsi e senza osservare come esso si
presenta laddove è utilizzato.
Eppure,
la posta è enorme sia per i valori rappresentati
dalla diversità linguistica sia per l’uguaglianza
tra i popoli, e dunque la democrazia. Molti sono coscienti
dell’importanza di questa posta. Ma quelli che si
prendono la briga di informarsi seriamente sui vari
modi di affrontarla, studiando come le cose si svolgono
in pratica e facendo i paragoni senza i quali non
si può avere una visione oggettiva della realtà,
sono, ahimè, estremamente pochi.
Per
fortuna, come diceva Lincoln, si può nascondere
una parte della verità a una parte della popolazione
per un lasso di tempo, ma non si può nascondere
tutta la verità a tutta la popolazione per
tutto il tempo. Una presa di coscienza può
quindi intervenire in modo inatteso e, una volta presa
coscienza, le cose possono andare molto in fretta.
Chissà se, proclamando il 2001 “Anno europeo
delle lingue”, il Consiglio d’Europa non ha preso
l’iniziativa necessaria, per stimolare la ricerca
coscienziosa della verità e dunque delle soluzioni
che escono dalle piste battute?
(Traduzione di Michele Bondesan)
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